venerdì 2 luglio 2010


LA NAZIONE

1 luglio 2010

lunedì 12 aprile 2010

RECENSIONE

















nella foto l'attrice Gloria Biondi magnificamente ritratta da Xeniya

O.W.COME OSCAR WILDE

Agliana, 10 aprile 2010


“Anch’io avevo le mie illusioni. Pensavo che la vita sarebbe stata una commedia brillante […] Scoprii che era una tragedia repellente ed ignobile e che la sinistra occasione del grande colpo di scena eri tu, spogliato da quella maschera di gioia e di piacere da cui non meno di me eri stato ingannato e fuorviato.” Le parole di Wilde echeggiavano nel loro sinistro realismo al teatro Moderno di Agliana e il fatto che, a profferirle fosse una donna non più giovane, dal viso suggestivamente affilato e a tratti androgino, ha reso il testo ancora più maudit. L’interpretazione di Gloria Biondi, utilizzata per i monologhi della piece O.W. come Oscar Wilde, ha funto da catalizzatrice dell’autentico spirito wildiano. Gloria dimostra come il talento possa irrompere – per la fortuna di tutti – in ogni fase della vita. I timbri, i colori e le espressioni della sua voce uniti ai movimenti, alle posture, ai gesti, hanno portato il testo al di là della mera rappresentazione. Anche gli altri attori sono parsi sulla lunghezza d’onda giusta e a proprio agio nei non facili ruoli di dare spessore e credibilità a fatti e parole portatori di valori opposti e contradditori. La regia ha investito molto sulla qualità erotica dei rapporti dei personaggi-attori e il climax è giunto nella parte conclusiva, in quell’opera controversa che è la Salomè. Le luci e la musica hanno trasfuso all’opera quel sapore di universalità senza tempo, vero elemento fondante dei classici; l’essenzialità della scena suggeriva dinamiche, rinunciando ad imporre letture didascaliche della poetica di Wilde. La musica è apparsa congeniale nella miscela colta e gustosa di brani provenienti dagli ambiti più distanti fra loro. Si tratta di scelte non scontate e, quindi, rischiose. Ma, come talvolta accade, la volontà di rischiare ha reso O.W. l’epicentro di un terremoto estetico-dialettico e, se il pubblico è andato via “schiaffeggiato” dall’ insolenza di Wilde, vorrà dire che il team di Electra ha centrato il bersaglio.

Claudia Placanica

giovedì 1 aprile 2010

Un mosaico in scena




O.W.


Sedetevi pure, ma non tentate di mettervi comodi perché, quel che vedrete, non sarà per niente accomodante.
Il testo-mosaico di Oscar Wilde non potrebbe essere meno confortante e più irriverente. I brani dal De profundis, dalla Salomé, dal Dorian Grey ed altro ancora sembrano scritti ieri e, giustamente, la contestualizzazione ha giocato sulla sfalsatura temporale e sull’ambiguità sessuale. Le affermazioni di Wilde al processo e gli arguti aforismi umiliano, non solo il giudice al suo cospetto, ma proprio l’intera comunità, accusata di moralismo e di assenza di sensibilità estetica: uno spettacolo che non risparmia sferzate a nessuno. Per infierire spudoratamente sullo spettatore, l’ultima regia di Giuseppe Tesi ha scomodato anche Beethoven, i Dead can dance, Voltaire, Tenco e i più disparati materiali musicali, tutti pronti a implodere nell’atto teatrale. La recitazione è asciutta e, a tratti, isterica, talvolta malinconica. L’eros sembra suggerire la trama dei rapporti fra i personaggi, chiusi in un vicolo cieco che li inchioda ad una realtà – essa sì – oscena. Essi sono condannati a una comunicazione – non comunicazione, priva di feedback in cui solo il mittente-Wilde è credibile in quanto portatore di un ego già di per sé teatrale e teatralizzante: la dimensione spazio-temporale risulta satura e problematizzata. Lo spettatore ha consumato la sua palingenesi con la chiusura di un rito che lo sottrae alla barbarie della bruttezza.

Claudia Placanica

giovedì 9 luglio 2009

Decimo anniversario dalla scomparsa di Orazio Costa


Orazio Costa

Fanno quest'anno 10 anni da che sen'è andato.

Ho conosciuto Orazio Costa; e mi sono turbato per il suo talento. Mi ricevette nel suo appartamento vicino a S. Lorenzo, in Firenze. Abitava in cima ad una infinita spirale di gradini, in un luogo arioso che dava con le finestre sulla piazza. Avevo mandato a memoria un testo, da Camus, seguendo tutte le indicazioni dal suo metodo, ricevute in quei due anni di scuola per tramite del suo fedele allievo Enrico di Marco. Ero tutto pervaso dall'ansia. Terribile! Anche perché si diceva che ricevesse solo quanti giudicava "i migliori", ed io non volevo essere escluso, o peggio ancora respinto. Era già in avanti con gli anni, ma c’era ancora nei suoi modi un’agilità fisica ed una freschezza di pensiero che ingannavano, e pure, anche, austerità, sebbene mista ad eleganza. Ma anche un calore ed un modo di guardare che non ho più ritrovato nel corso del tempo.

Rimase in piedi, fermo, ad ascoltarmi ed a scrutarmi. Rammento che la sua figura asciutta emergeva fra tutti quei libri sparsi o ammonticchiati davanti in pile traballanti sul suo tavolo. Arrivai in fondo a Camus. Attesi un tempo che non saprei quantificare. Forse dopo un paio di secondi sussurrò “poteva andar peggio”! Tornai altre volte. "Il Teatro non ci appartiene senza l'umiltà". Questo, riecheggia ancoro oggi nella mente e nel cuore. Forse il distillato del suo insegnamento. E gliene sono assai grato. Ancor oggi.

Grazie, Orazio Costa Giovangigli.

lunedì 25 maggio 2009

VERONA:

il Gad Città di Pistoia ed il regista Franco Checchi si aggiudicano il prestigioso premio “Giorgio Totola”

 

Caro Franco,

                         nel complimentarmi con te per l’ottimo risultato conseguito a Verona, da te personalmente e dalla tua compagnia, non ricorrerò alle frasi un po’ retoriche che nella circostanza verrebbero naturali: la nostra città..., il prestigio.., insomma tutte quelle cose che pure ci sono, servono, ma delle quali poi, non frega niente a nessuno, a noi per primi, credo. Sono convinto infatti che ci interessi principalmente “il teatro” e tutto quello che ad esso può servire, come il premio “Totola”, che non ti nego avrebbe fatto assai piacere anche a me, specie per il “morale” di tutta la “brigata”, ma anche, per quel poco di orgoglio personale che dà più gusto alla vita. Ma ho assai piacere che fra tanti sia toccato a te, dato che te lo meriti, ovvero, ve lo meritate.

Anzi, tutto considerato, mi immagino che il premio a voi avvantaggerà entrambi su gli altri: voi, perché cercherete di conservare il primato conseguito, noi, perché avendovi così vicini e sotto controllo visivo pressoché immediato, sentiremo più forte lo stimolo alla sana competizione. Mi verrebbe voglia di rammentare al riguardo certe tenzoni culturali di altri tempi, primo fra tutti il Rinascimento, ma preferisco un volo assai più radente, dato che se poi uno cade rischia meno di farsi male.

Un saluto affettuoso,

Ufficio Stampa Electra – Giuseppe Tesi

domenica 24 maggio 2009

odierne aspirazioni


Ricevo da un amico, e pubblico subito assai volentieri prendendolo come auspicio (anzi, direi addirittura adottandolo), il simpatico, storico logo delle Edizioni Dall'Oglio. Sarà una sorta di talismano, insomma, un vero programma!

sabato 2 maggio 2009

La recensione...













Questa “American beauty” italiana ha i toni cromatici seppiati o grigiastri che le si confanno, l’atmosfera vintage e malata connaturata a un’opera che vuole intrecciare la legittima ricerca della felicità alla impossibilità di trovarla. La madre (Lidia) – vera figura centrale dell’opera di Enzo Giacobbe – ha nell’allestimento di Giuseppe Tesi l’enfasi e il sussiego di Daniela Evangelisti che, nella sua odiosa ieraticità, dà forma tangibile a qualche ingessatura della scrittura. Il regime schizoide imposto da questa madre trionfa sulla joie de vivre di due figli che vorrebbero esserle antitetici, ma che, invece, drammaticamente incarnano in maniera più o meno lecita e/o perversa tutto l’abominio materno. Il figlio Paolo – un minimale e apprezzabile Carlo Bugiani – resta incollato al grembo materno anche se porta avanti l’amministrazione di un esiguo pezzo di terra, unico relitto della presenza paterna. La figlia Barbara – una ispirata e credibile Cinzia Cedrola – nel tentativo di prendere le distanze dal modello materno, non fa altro che coltivarne la nefasta natura, scegliendo, ancora adolescente, un uomo facoltoso che possa mantenerla: in tal modo questo micro-universo si connota di un pensiero unico, quello espresso dalla madre-fagocitatrice in cui non vi è spazio per il principio maschile. L’archetipo dell’anima junghiana assume i connotati di un eros debordante che non concede spazio alcuno al logos maschile. L’assenza evidente, in questo angusto spazio familiare, di una figura realmente maschile o virile sembra essere giustificata dall’invadenza di quella femminile: anzi, ad osservare le dinamiche conflittuali e quasi pornografiche sviluppate da Lidia, comprendiamo e peroriamo questa assenza. La ribellione della figlia Lidia appare velleitaria e cristallizzatrice – tutto sommato – del modello materno; la ribellione-provocazione di Paolo che dà titolo all’opera è più simbolica che reale. Anche se a scomparire fisicamente sarà la madre, i veri annientati sono evidentemente i figli che, ormai grandi, non riescono a oltrepassare quel modello etico ed affettivo così devastante. Le perversioni, qui solo accennate o evocate, potrebbero offrire un radicamento al “reale” se coraggiosamente rappresentate e non alluse da un linguaggio alieno quale quello della madre (parla di “fisicità”, riferendosi al rapporto strettissimo tra lei e Paolo). La regia, compiendo qualche coraggioso scavalcamento del testo – cosa peraltro già effettuata in questa fase – potrebbe sottrarre questo interessante testo a quella vena surreale e farlo abitare definitivamente fra le scorie dell’entropia familiare borghese, che ancora oggi resta uno dei temi più analizzati e irrisi dall’arte.
Claudia Placanica


ma anche in: http://www.qualeteatro.com/regalo-di-compleanno/sa75778c6346745778435c7da6bfd00b6/









Nella foto, in prossimità dell'Arena, il regista Giuseppe Tesi e gli attori della Compagnia
teatroelectra,
reduci dalla rappresentazione di

Raptus
spettacolo che ha partecipato alla Rassegna Teatrale di Autore Italiano Contemporaneo
PREMIO GIORGIO TOTOLA
Teatro Camploy Verona