martedì 17 luglio 2012

Saletta Gramsci, spazio delle Arti

Ho apprezzato l'intervista rilasciata da Sacchettini sul Tirreno ieri (16 luglio 2012), per vari motivi. Fa riferimento al Teatro che ha la sua origine nella piazza greca della Polis, luogo privilegiato della Cultura. E’ scritto in italiano corretto. Lascia intendere la volontà di un recupero della Saletta Gramsci. Potrebbe essere quest’ultimo il fulcro di un'operazione interessante. Uno spazio aperto a sinergie diverse del territorio. Si annida un sospetto però. Che una volta recuperato lo spazio questo divenga ulteriore feudo elitario per intimi, per coloro che vantano un pedigree di “bandiera”. Come se la cultura si vivificasse unicamente nell'egualitarismo, nella condivisione, nella ripartizione, come se bastasse questo. Sono convinto del contrario. La Cultura forma, cambia, eleva, unisce. Permette di possedere un individualismo ed un senso critico soggettivo. Concede all’uomo uno dei diritti irrinunciabili ed inalienabili, sanciti dalla nostra “Carta”, ma prima ancora rintracciabili proprio nella Polis a cui Sacchettini fa riferimento, il diritto alla libertà e alla convivenza democratica di pensieri e convinzioni anche opposte. Pertanto ben venga un restauro della Saletta, convinto che il luogo, intriso di misticismo e di storia, possa divenire lo spazio privilegiato di tutte le “Arti”, bottega, laboratorio, scenario, dove l’appartenenza ad un’area specifica, lasci il posto alla qualità, al merito, che come ben sappiamo, non hanno colore.




Giuseppe Tesi









martedì 19 giugno 2012

Casa Circondariale di Pistoia, Via dei Macelli, 13 - 19 giugno 2012 ore 10:00



Gianfranco Pedulla' ritratto da Matteo Bertelli


Casa Circondariale di Pistoia, Via dei Macelli, 13 - 19 giugno 2012 ore 10:00, “L’ARTE: RICERCA E RISPOSTA”. 
Evoca un film espressionistico delle avanguardie tedesche, Il gabinetto del Dottor Caligari (1919) di Robert Wiene , la piecé sapientemente diretta da Gianfranco Pedulla’, interpreti i detenuti  del carcere di Pistoia. A tale riguardo il poeta Gottfried Benn (Prussia 1886 – Berlino 1956) avrebbe affermato che l’artista espressionista portava impresso “il cuore disegnato sulla camicia”, splendido assioma che mette a nudo colui che si lacera il petto esponendo al mondo il proprio,autentico sentire. E’ questa l’immagine che esplode in una  tragicità totale. Il progetto rieducativo  sostenuto dalla Regione Toscana,  palesa in questo contesto una sacralità disarmante ed inquietante. Il detenuto attore è chiamato a mostrarsi, su un palcoscenico spoglio fra  mura soffocanti e distorte, in una scenografia “surreale”. Lo spettacolo è ambientato nella palestra  del penitenziario, perfettamente attrezzata allo scopo. E come in quel film ci troviamo al cospetto di un puntuale imbonitore, prestato ad un teatro senza fissa dimora, il quale presenta, a differenza di Caligari, non un sonnambulo che dorme in una bara, ma un folto gruppo di troppo giovani artisti. Inizia dalla fine,dai ringraziamenti che un’ improvvisata “Compagnia di Guglielmo Canino”, deve al pubblico. La ballerina, il mago, l’uomo panzuto, in un primo momento assenti al plauso del pubblico, è questa la prima suggestione, non tardano, poi ad arrivare, raccontandoci la loro verità.  “Quando sarà saldato il debito pubblico?”, “Di questi tempi dove andremo a finire ?”, “Di questi tempi … la felicità?”. Domande forti echeggiano nella sala frutto di un canovaccio precedentemente strutturato dai protagonisti. La rappresentazione rimanda “hic et nunc”, senza indulgenza, non lasciando spazio alla pietas, non nascondendo sofferenza e dolore,  al vissuto reale degli artisti. Questo è ardentemente desiderato,   non astratto,  rivisitazione del proprio essere ,  conoscenza del sé. Catarsi.
Eppure sono bravi questo gruppo di quattordici saltimbanchi, stretti nei loro costumi cabarettistici ed in alcuni momenti , tu spettatore , dimentichi di essere in un mondo altro, se non fosse l’aver dovuto percorrere, per assistervi, quel sentiero faticoso fatto da portoni blindati  che si chiudono alle spalle. Se non fosse per quei cancelli enormi, sorvegliati  sì da uomini cortesi, ma in rigorosa divisa. La musica proposta profusa da un’  armonica, da un violino e da una tromba, sottolinea le varie azioni, mimiche, che richiedono un’ enorme fisicità, uno scatto ironico e divertente, tipico di un cabaret anni trenta dal vago sapore brechtiano. La finalità didattica è ben presente e viene sottolineata dal quadro che chiude la prima parte delle varie scene, con quella frase che è difficile dimenticare, ti entra nello stomaco, nella braccia, sotto la pelle. A turno viene formulata la  domanda, che potrebbe suonare retorica, ma difficilmente obliabile e giustificabile: “Sei triste ?”chiede l’attore al comprimario, non c’è tempo di una risposta perché subito un’altra domanda repentina viene posta, “Hai fame?”, nonostante il “No”, ecco l’invito,  provocazione struggente: “E mangia”,  la risposta adeguata. Salmo ripetuto da tutti gli artisti:  è  questa la  geniale trovata di Pedulla’, che dotato gli interpreti di un sedano in mano, quale scettro di povertà di intenzioni,  necessità della totale nudità del sentire. E’ per lo stesso motivo che al termine della prima parte gli attori si improvvisano camerieri ed in modo ironico ci fanno partecipi di un rinfresco fatto di bigné di crema e di aranciata. “Mangia” , è l’invito funesto, mangia anche se “non hai fame”, per dimenticare dove ti trovi, per farti  riflettere a pancia piena di una condizione estrema,  cui sei chiamato ad assistere.  E poi lo spettacolo riprende con le confidenze recitate con il sostegno di un foglietto: “Quanto tempo è passato … ogni giorno che passa il topo che mangia il mio piede diventa sempre più grasso”, formula un attore dal fisico possente, ed ancora altre confidenze vengono sussurrate. Gli attori  disposti  in cerchio, con il volto mascherato di bianco, ballano quando la musica cessa di  colpo, e quando la musica esiste,  immobili, marionette indisciplinate. Cosa vuole suggerirci lo spettacolo ? Il non saper andare a tempo, può indurre in errore?  Oppure è opportuno accontentarsi della risposta  che l’evento effimero del teatro concede, lì, dove il tempo trascorso, detiene un ritmo diverso rispetto al nostro, estranei di passaggio.

Giuseppe Tesi





domenica 27 maggio 2012

lunedì 14 maggio 2012

Premio "Rafanelli" 2012 Priscilla Baldini , Migliore Attrice in "Dialogo...?"


Il giorno 10 maggio si è conclusa la sesta edizione del concorso teatrale "Fabrizio Rafanelli" organizzato dalla circoscrizione 2 del Comune di Pistoia e dall'associazione culturale Zona Teatro Libero.
Priscilla Baldini è stata premiata come migliore attrice protagonista dell'opera "Dialogo...?" di Natalia Ginzburg diretta da Giuseppe Tesi.
Il personaggio portato sulla scena da Priscilla Baldini (Marta) è metafora del malessere della coppia borghese degli anni Settanta. Lei e Francesco (Andrea Gonfiantini) vivono in un'illusione tesa a dissimulare frustrazioni antiche e recenti, lacerazione e deffaillances che ne avevano contrassegnato la crescita di soggetti adulti. La lettura fattene da Giuseppe Tesi, a cui Priscilla Baldini si adatta docilmente, è tutta in chiave psicologica. Ciò implica una riduzione della dimensione politica del testo incrementandone il potenziale poetico, specie attraverso la recitazione della protagonista. La Baldini modula la propria recitazione su un registro parzialmente isterico risultante da scatti nervosi e improvvise introflessioni. Ho già detto in altra sede come si riveli strategica la scelta della regia di far avanzare Marta sul palco, avvicinandosi al pubblico per appropriarsi di un microfono: in quell'atto "la voce femminile si libera dell'aggressività dirottandosi verso un'efficace mitezza espressiva" e allora in lei emerge una incosampevolezza drammatica del passato. E' un mondo di putrefazione che Marta vorrebbe salvare con l'illusione di una storia d'amore con il comune amico. Ma l'epilogo cancella con coerenza piccolo-borghese un progetto velleitario che dimostra come nulla sia più recuperabile. La regia scava nei gesti attoriali e nelle atmosfere torbide dell'interno borghese con impietosa ferocia. Tutta l'introspezione psicologica e l'intensità angosciata di Priscilla Baldini conferiscono alla rappresentazione una rassegnazione tale che la storia privata assurge a manifesto di una generazione che sta dissipando un patrimonio di un'umanità viva che, della contestazione, aveva fatto lo strumento di non integrazione e ribellione verso un gruppo sociale paludato nel proprio tronfio conformismo.
Ufficio Stampa Electra
Claudia Placanica

domenica 11 marzo 2012