lunedì 21 gennaio 2013
domenica 4 novembre 2012
Roma - Maria Luisa Spaziani a "Dialogo...?"
Fascinazione che ha raccolto nella settimana della rappresentazione un pubblico di addetti ai lavori, inimmaginabili per noi. Colgo l’occasione di ringraziare per l’affettuoso sostegno Maria Luisa Spaziani, Tiziana Grassi, Alessandro Chiti. La loro prestigiosa presenza in teatro, il loro plauso sono di buon auspicio per la nostra piccola compagnia che si sta misurando con il prossimo lavoro di Duccio Camerini, "L’Impero dei sensi di colpa", testo provocatorio ed intrigante. Un pensiero di riconoscenza e di gratitudine è rivolto alle Aziende del nostro territorio che hanno sostenuto sin dall’inizio il progetto Ginzburg, l’Audiomedical di Gilberto Ballerini, Marzio Coiffeur , l’Ottica Aligi Bruni, la Fondazione per la Cultura e lo Sport di Vignole, Tricomi, La Limonaia. Un ringraziamento all’Associazione Teatrale Pistoiese per la disponibilità e l’ ospitalità data alle prove, per aver fornito sostegno tecnico e professionale. Un teatro, quello di Electra, che trova spinta da realtà private e che magicamente si è evoluto in spazi più ampi e conosciuti. Il teatro che trova la sua massima espressione nella coralità e nell’abbraccio del pubblico non puo’ fondarsi solamente sull’apporto di singole sinergie, ma ha necessità di essere sostenuto, anche in modo concreto da coloro che intendono investire nell’Arte, unica valida risposta in tempi così oscuri.
Tutti coloro che credono che la cultura possa essere stimolo di rinnovamento e rinascita non disertino un abbonamento al teatro, non abbondino le nostre piccole
realtà associative alla sola buona volontà dei soci fondatori.
Un ricordo va a Natalia Ginzburg, autrice e prima regista la quale già con "Fragola e Panna", premiata sul Lario, poi con "Dialogo…?" , ha permesso ad Electra più ampio respiro.

Maria Luisa Spaziani, Andrea Gonfiantini, Priscilla Baldini
sabato 29 settembre 2012
Recensione di Enrico Bernard Roma
“Dialogo…?” il testo della Ginzburg – il cui titolo originale è però soltanto “Dialogo” senza interpunzioni- in scena al nuovo delizioso Teatro Millelire in zona Prati (vicino Piazzale degli Eroi) è l’esempio calzante del mio discorso. Un marito e una moglie, lui scrive romanzi impubblicabili e lei forse collaborerà ad un programma della Rai, vivono la tipica condizione del disagio intellettuale di una borghesia che si guarda l’ombelico. Hanno una bambina piccola che sistemano sempre da qualche parte per fare il loro… niente. La cameriera, della quale si intuisce la presenza da una voce fuori campo, è “solo una cretina” da non stare a sentire. Tutto è inutile in questa casa, la stessa esistenza dei personaggi lo è. Quindi, per fare qualcosa come nelle migliori tradizioni familiari, si “appiccicano” tra di loro, insomma litigano. Ma più che di un litigio, si tratta di uno sfogo reciproco di frustrazioni e indolenze, perché la loro vita non procede, non va avanti, il meccanismo è bloccato da qualcosa. Lui è uno scrittore, ma non ha sogni rivoluzionari o passioni politiche nel cassetto (nonostante il periodo, siamo alla fine degli anni ’60). Vuole solo vendere il suo manoscritto con la raccomandazione dell’amico Michele ad un editore allora famoso, Vallecchi, e vincere, sempre con l’aiuto di Michele che è in giuria, il Premio Salsomaggiore che vanta la dotazione allora considerevole di un milione. Poi ci saranno i diritti d’autore, le traduzioni, così potranno cambiare casa e ricominciare la stessa storia probabilmente da un’altra parte. Senonché lentamente esce fuori la verità: Michele, l’amico di lui e l’amante di lei, a sua volta scrittore (lui sì pubblicato, anche se una volta sola), non ha nessuna intenzione di sostenere l’amico Francesco e neppure di trasformare la scappatella con Marta, che già progettava un trasferimento nella casa di campagna dell’amante, in una relazione stabile lasciando la moglie. Fulmine a cielo mica tanto sereno, suona il campanello: arriva a Marta una fredda lettera di commiato da parte di Michele che, in partenza, ha pure l’ardire di chiedere a Francesco di tenergli il cane. Un cane, quello di Michele, che Francesco e Marta odiano: ma tant’è, l’amico può sempre servire. E poi, conclude Francesco, che colpa ne ha il cane? La classica tempesta in un bicchier d’acqua si conclude con la mosca annegata nel bicchiere: uno Zoo di vetro per dirla con Tennessee Williams.
Priscilla Baldini e Andrea Gonfiantini sono convincenti nel dare spessore drammatico ai loro personaggi creando un contrasto tra l’indolenza interiore e la violenza esteriore dei comportamenti: lui la picchia, ma lei sembra non percepire i maltrattamenti, e lui in fin dei conti alza le mani come se fossero gesti normali, quotidiani. Una vaga atmosfera sadomaso aleggia non solo nei comportamenti, ma anche nei colori, luci e nei costumi dello spettacolo. E quando Francesco si spoglia, mostra un corpo tatuato come se il martirio fisico e psicologico lasciasse su di lui dei segni indelebili.
La regia di Giuseppe Tesi è, omen nomen, tesa, pulita, concentrata su movimenti mai troppo astratti, ma al tempo stesso mai eccessivamente realistici, con tempi giusti dettati dal testo incalzante, sempre sorprendente e spiazzante, mai ovvio anche se si tratta di un paradosso del “quotidiano”. Invece gli “a parte” al microfono di matrice letteraria, narrativa, mi convincono meno, sono piuttosto citazioni o inserti con cui si vuole dimostrare il rapporto dialettico tra letteratura e teatro nell’opera della Ginzburg, come del resto ho fatto nella prima parte di questo articolo. La commedia, anzi il dramma è un gioiello teatrale dai tempi perfetti da giocarsi, come in gran parte ha fatto molto bene Tesi, intorno al lettone matrimoniale: non necessita di una parola in più né di una in meno. E tantomeno di sovrastrutture.
Enrico Bernard
Priscilla Baldini e Andrea Gonfiantini sono convincenti nel dare spessore drammatico ai loro personaggi creando un contrasto tra l’indolenza interiore e la violenza esteriore dei comportamenti: lui la picchia, ma lei sembra non percepire i maltrattamenti, e lui in fin dei conti alza le mani come se fossero gesti normali, quotidiani. Una vaga atmosfera sadomaso aleggia non solo nei comportamenti, ma anche nei colori, luci e nei costumi dello spettacolo. E quando Francesco si spoglia, mostra un corpo tatuato come se il martirio fisico e psicologico lasciasse su di lui dei segni indelebili.
La regia di Giuseppe Tesi è, omen nomen, tesa, pulita, concentrata su movimenti mai troppo astratti, ma al tempo stesso mai eccessivamente realistici, con tempi giusti dettati dal testo incalzante, sempre sorprendente e spiazzante, mai ovvio anche se si tratta di un paradosso del “quotidiano”. Invece gli “a parte” al microfono di matrice letteraria, narrativa, mi convincono meno, sono piuttosto citazioni o inserti con cui si vuole dimostrare il rapporto dialettico tra letteratura e teatro nell’opera della Ginzburg, come del resto ho fatto nella prima parte di questo articolo. La commedia, anzi il dramma è un gioiello teatrale dai tempi perfetti da giocarsi, come in gran parte ha fatto molto bene Tesi, intorno al lettone matrimoniale: non necessita di una parola in più né di una in meno. E tantomeno di sovrastrutture.
Enrico Bernard
giovedì 27 settembre 2012
DI DEBORA BELMONTE - ROMA
Sul palco una camera da letto, punto focale dello spettacolo in scena fino al 30 settembre.
Un uomo e una donna, Francesco e Marta, interpretati da Andrea Gonfiantini e Priscilla Baldini che hanno rappresentato in maniera egregia un testo non facile da portare in scena.
Lui è un aspirante scrittore che ha da poco perso il lavoro, lei è una donna forte, ma a tratti vuota e alla ricerca disperata di affetto, nel mezzo Titina la colf di cui si sente solo la voce. Una coppia ancora in piedi ma che sta perdendo l’equilibrio; una coppia tenuta insieme dalla pietà che l’uno prova nei confronti dell’altra.
Per tutta la durata dello spettacolo una domanda tormenta Francesco: «Cosa dovevi dirmi?», un quesito dalla risposta amara che porterà a stravolgere tutto ciò in cui credeva ancora.
L’interpretazione degli attori è buona ma a volte troppo urlata, la regia di Tesi, impeccabile in alcuni momenti, mostra però qualche sbavatura, avremmo preferito meno elementi in scena per uno spettacolo che dovrebbe giocare solo sulla parola. La quantità di oggetti messi sul palco, elementi che non sempre vengono sfruttati, rischia di distrarre un pubblico che ha comunque seguito con attenzione tutti i settanta minuti della rappresentazione
Uno spettacolo che oscilla tra amore e odio portato in scena in modo egregio dai due attori che, come spiega Tesi nella sue note di regia, «sono chiamati ad un lavoro sul linguaggio, sui significati nascosti nelle frasi e nelle espressioni senza senso, sulla finta distrazione dall’attenzione per l’altro», lo sforzo di comunicare .
“Dialogo…?” in scena dal 25 al 30 ottobre al Teatro Millelire di Roma alle ore 21 e la domenica alle 18. Testo scritto da Natalia Gizburg per la regia di Giuseppe Tesi e con sul palco Priscilla Baldini e Andrea Gonfiantini.
domenica 9 settembre 2012
martedì 17 luglio 2012
Saletta Gramsci, spazio delle Arti
Ho apprezzato l'intervista rilasciata da Sacchettini sul Tirreno ieri (16 luglio 2012), per vari motivi. Fa riferimento al Teatro che ha la sua origine nella piazza greca della Polis, luogo privilegiato della Cultura. E’ scritto in italiano corretto. Lascia intendere la volontà di un recupero della Saletta Gramsci. Potrebbe essere quest’ultimo il fulcro di un'operazione interessante. Uno spazio aperto a sinergie diverse del territorio. Si annida un sospetto però. Che una volta recuperato lo spazio questo divenga ulteriore feudo elitario per intimi, per coloro che vantano un pedigree di “bandiera”. Come se la cultura si vivificasse unicamente nell'egualitarismo, nella condivisione, nella ripartizione, come se bastasse questo. Sono convinto del contrario. La Cultura forma, cambia, eleva, unisce. Permette di possedere un individualismo ed un senso critico soggettivo. Concede all’uomo uno dei diritti irrinunciabili ed inalienabili, sanciti dalla nostra “Carta”, ma prima ancora rintracciabili proprio nella Polis a cui Sacchettini fa riferimento, il diritto alla libertà e alla convivenza democratica di pensieri e convinzioni anche opposte. Pertanto ben venga un restauro della Saletta, convinto che il luogo, intriso di misticismo e di storia, possa divenire lo spazio privilegiato di tutte le “Arti”, bottega, laboratorio, scenario, dove l’appartenenza ad un’area specifica, lasci il posto alla qualità, al merito, che come ben sappiamo, non hanno colore.
Giuseppe Tesi
Giuseppe Tesi
martedì 19 giugno 2012
Casa Circondariale di Pistoia, Via dei Macelli, 13 - 19 giugno 2012 ore 10:00
Gianfranco Pedulla' ritratto da Matteo Bertelli
Evoca un film espressionistico delle avanguardie tedesche, Il
gabinetto del Dottor Caligari (1919) di Robert Wiene , la piecé
sapientemente diretta da Gianfranco Pedulla’, interpreti i detenuti del carcere di Pistoia. A tale riguardo il
poeta Gottfried Benn (Prussia 1886 – Berlino 1956) avrebbe affermato che
l’artista espressionista portava impresso “il cuore disegnato sulla camicia”,
splendido assioma che mette a nudo colui che si lacera il petto esponendo al
mondo il proprio,autentico sentire. E’ questa l’immagine che esplode in una tragicità totale. Il progetto rieducativo sostenuto dalla Regione Toscana, palesa in questo contesto una sacralità
disarmante ed inquietante. Il detenuto attore è chiamato a mostrarsi, su un
palcoscenico spoglio fra mura soffocanti
e distorte, in una scenografia “surreale”. Lo spettacolo è ambientato nella
palestra del penitenziario, perfettamente attrezzata allo scopo. E come
in quel film ci troviamo al cospetto di un puntuale imbonitore, prestato ad un
teatro senza fissa dimora, il quale presenta, a differenza di Caligari,
non un sonnambulo che dorme in una bara, ma un folto gruppo di troppo giovani
artisti. Inizia dalla fine,dai ringraziamenti che un’ improvvisata “Compagnia
di Guglielmo Canino”, deve al pubblico. La ballerina, il mago, l’uomo panzuto,
in un primo momento assenti al plauso del pubblico, è questa la prima
suggestione, non tardano, poi ad arrivare, raccontandoci la loro verità. “Quando sarà saldato il debito pubblico?”,
“Di questi tempi dove andremo a finire ?”, “Di questi tempi … la felicità?”. Domande
forti echeggiano nella sala frutto di un canovaccio precedentemente strutturato
dai protagonisti. La rappresentazione rimanda “hic et nunc”, senza indulgenza,
non lasciando spazio alla pietas, non nascondendo sofferenza e dolore, al vissuto reale degli artisti. Questo è ardentemente
desiderato, non astratto, rivisitazione del proprio essere , conoscenza del sé. Catarsi.
Eppure sono bravi questo gruppo di quattordici saltimbanchi,
stretti nei loro costumi cabarettistici ed in alcuni momenti , tu spettatore , dimentichi
di essere in un mondo altro, se non fosse l’aver dovuto percorrere, per assistervi,
quel sentiero faticoso fatto da portoni blindati che si chiudono alle spalle. Se non fosse per
quei cancelli enormi, sorvegliati sì da
uomini cortesi, ma in rigorosa divisa. La musica proposta profusa da un’ armonica, da un violino e da una tromba,
sottolinea le varie azioni, mimiche, che richiedono un’ enorme fisicità, uno
scatto ironico e divertente, tipico di un cabaret anni trenta dal vago sapore
brechtiano. La finalità didattica è ben presente e viene sottolineata dal
quadro che chiude la prima parte delle varie scene, con quella frase che è
difficile dimenticare, ti entra nello stomaco, nella braccia, sotto la pelle. A
turno viene formulata la domanda, che
potrebbe suonare retorica, ma difficilmente obliabile e giustificabile: “Sei
triste ?”chiede l’attore al comprimario, non c’è tempo di una risposta perché
subito un’altra domanda repentina viene posta, “Hai fame?”, nonostante il “No”,
ecco l’invito, provocazione struggente:
“E mangia”, la risposta adeguata. Salmo
ripetuto da tutti gli artisti: è questa la
geniale trovata di Pedulla’, che dotato gli interpreti di un sedano in
mano, quale scettro di povertà di intenzioni, necessità della totale nudità del sentire. E’
per lo stesso motivo che al termine della prima parte gli attori si
improvvisano camerieri ed in modo ironico ci fanno partecipi di un rinfresco
fatto di bigné di crema e di aranciata. “Mangia” , è l’invito funesto, mangia
anche se “non hai fame”, per dimenticare dove ti trovi, per farti riflettere a pancia piena di una condizione
estrema, cui sei chiamato ad assistere. E poi lo spettacolo riprende con le
confidenze recitate con il sostegno di un foglietto: “Quanto tempo è passato …
ogni giorno che passa il topo che mangia il mio piede diventa sempre più
grasso”, formula un attore dal fisico possente, ed ancora altre confidenze
vengono sussurrate. Gli attori disposti in cerchio, con il volto mascherato di bianco,
ballano quando la musica cessa di colpo,
e quando la musica esiste, immobili,
marionette indisciplinate. Cosa vuole suggerirci lo spettacolo ? Il non saper
andare a tempo, può indurre in errore? Oppure
è opportuno accontentarsi della risposta che l’evento effimero del teatro concede, lì, dove
il tempo trascorso, detiene un ritmo diverso rispetto al nostro, estranei di
passaggio.
Giuseppe Tesi
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